Google dovrà rivelare il suo algoritmo all’India?

India vuole algoritmo Google

Una notizia che giunge in occidente come un terremoto: l’India vorrebbe imporre ai big dell’hi-tech di rivelare il funzionamento dei loro algoritmi segreti. Infatti questa proposta, parte di un pacchetto di regolamenti relativi all’e-commerce, toccherebbe big come Amazon, Google o Facebook, e servirebbe ad eliminare alcuni bias che ledono i diritti degli utenti indiani, o almeno secondo il Dipartimento per la promozione del commercio interno.

Ma prima di strapparci i capelli (o stappare lo champagne, a seconda dei casi) vediamo di cosa si tratta realmente.

Per ora è solo una proposta

L’india è tradizionalmente ossessionata dai segreti industriali stranieri: nel 1970 impose alla Coca Cola di rivelare la ricetta alla base della bevanda e più tardi a IBM di consegnare tutti i codici sorgente dei suoi sistemi di calcolo. Inutile dire che entrambe le multinazionali hanno preferito abbandonare il paese fino a che la situazione non si fosse ristabilita.

Questa volta, attraverso una proposta di regolamentazione degli e-commerce, l’India vorrebbe imporre alle aziende straniere di rivelare gli algoritmi che stanno alla base dei loro sistemi.

Questa proposta di legge, che è finita sulla scrivania di Bloomberg, ha l’obbiettivo dichiarato di proteggere i consumatori da bias introdotti artificiosamente per danneggiare i competitor. Il fine ufficioso, ma poco celato in verità, è il tentativo di favorire società e servizi indiani, limitando la concorrenza proveniente dall’estero. Questa proposta vorrebbe fare emergere ciò che l’India chiama “explainable” AI, una sorta di intelligenza artificiale addestrata a sfavorire i servizi indiani (teniamo presente che l’India attualmente è retta da un governo ultra-nazionalista, quindi la retorica é uguale a tutti gli altri partiti populisti nel mondo).

Una moltitudine di servizi è sempre un bene?

È sempre bene per i consumatori avere una moltitudine di servizi? Ricordate quanti motori di ricerca c’erano quando Google era una startup? Voglio rispolverarvi la memoria:
Excite, Lycos, Supereva, Alta Vista, Virgilio, Alice, Infoseek, Hotbot, Ask, SearchMe, MSN, Yahoo, Multisoft, Dogpile,…

La ragione per cui quei motori di ricerca sono scomparsi è perché “di più” non è sempre sinonimo di “proposta di valore”.

Se ricordate bene, tutti i vecchi motori di ricerca erano più intenti a copiarsi a vicenda o creare portali zeppi di informazioni inutili, piuttosto che fare qualcosa di eccezionale e focalizzarsi sui veri bisogni degli utenti. Infatti l’unica cosa che dovevano fare, dare risposte alle domande degli utenti, lo facevano abbastanza male.

La stessa cosa è successa con l’email. La maggior parte dei provider, come Hotmail o Yahoo, offrivano caselle di posta con qualche megabyte di spazio, interfacce molto approssimative e piene di banner pubblicitari

Google, offrendo dei prodotti che avevano un reale valore per gli utenti, è entrato a bomba nel mercato spazzando via la concorrenza, più occupata a distribuire le briciole piuttosto che servizi degni di questo nome.

Protezione contro i monopoli

Nonostante questo discorso tutti i paesi devono proteggere i propri cittadini dai monopoli, non si può transigere.

Ma bisogna chiedersi: serve veramente rivelare i segreti industriali di chi ha lavorato duramente anni per dare agli utenti dei servizi eccezionali?

Secondo me è una stronzata. Se un governo vuole veramente fare qualche cosa per i propri cittadini, deve dare la possibilità alle aziende locali di creare prodotti ancora migliori e di valore. Non è certo dando la possibilità di copiare prodotti altrui o, peggio, livellare i servizi verso il basso e facendo fuggire la concorrenza che si crea un vantaggio per i propri cittadini.

Questo è il mio punto di vista, mi farebbe piacere sapere il vostro qui sotto nei commenti!

Fonte Search Engine Journal

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